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Paolo Lorenzi, il talento di crederci

di Ilvio Vidovich

Nel tennis, e nello sport in generale, il termine talento viene usualmente associato ai giocatori dotati di abilità tecniche eccezionali. Paolo Lorenzi, da giovane, non era uno di quei giocatori la cui tecnica facesse scattare questa associazione. Ed i risultati erano in linea con quello che, ai tempi, appariva un giocatore dal potenziale molto limitato. A vent’anni era attorno alla ottocentesima posizione del ranking mondiale, l’età attuale di Sinner che è n. 20. E dovrà aspettare più di un anno e mezzo per entrare tra i primi 300 e poter così iniziare a frequentare in pianta stabile il circuito Challenger. E ancora altri tre per “sfondare” il muro della top 200, a quasi 25 anni, l’età in cui Andreas Seppi – per citare un giocatore della sua generazione, poco meno di tre anni più giovane – era già da tempo stabilmente nella top 50. Qualcuno, anzi molti, nel frattempo avrebbero rinunciato, vedendo il tempo che passava e i risultati che non arrivano…

Ma se andiamo a vedere bene il significato del termine talento, esso deriva dal latino talentum “dono divino”, con riferimento alla parabola evangelica nella quale i talenti affidati dal signore ai suoi servi sono simbolo dei doni dati da Dio all’uomo. Quindi i talenti in realtà sono tanti, sono diversi. Non esiste solo il talento “tecnico”, sebbene sia quello che colpisce gli occhi degli appassionati e al quale poi si associano anche i termini “classe” o addirittura – il riferimento a McEnroe e Federer non è assolutamente casuale – “genio”.

E allora possiamo sicuramente dire che Paolo Lorenzi è stato un giocatore di talento. Il talento della volontà di migliorarsi giorno dopo giorno nei colpi, nel gioco, nella condizione fisica e mentale; il talento della determinazione e del sacrificio per raggiungere quei risultati che chi vedeva solo un certo tipo di talento riteneva impossibili da raggiungere. Lo ha sintetizzato benissimo un altro tennista italiano, Matteo Viola, nel suo post Facebook di saluto a Lorenzi: “ll vero talento di Paolino? Giocare a Bogotà a 3000 metri vincere il torneo poi prendere l’aereo il giorno stesso cambiando continente, magari pure superficie, tornare al livello del mare e continuare a vincere…”. Ci permettiamo di aggiungere solo una cosa. Che il talento forse più grande di Paolo Lorenzi è stato il talento di crederci. Di credere in se stesso.

Paolo Lorenzi ha chiuso la sua carriera giovedì scorso, a quasi 40 anni (li compirà il 15 dicembre) sconfitto al secondo turno delle qualificazioni dello US Open. Una carriera che ha visto quel tennista che fino ai 21 anni non aveva il ranking per i tornei Challenger vincerne ventuno. Quel giocatore che a 25 anni faticava ad entrare tra i primi 300 al mondo arrivare a 35 anni al best ranking di n. 33 ATP. Quel giocatore che fino alla soglia dei 31 anni non riusciva a vincere due partite di fila in un main draw ATP imporsi a 34 anni in un 250 (Kitzbuhel) e raggiungere altre tre finali (San Paolo, Umago e Quito). Quel tennista che aveva mancato per 23 volte la qualificazione al tabellone principale di uno Slam ed aveva subito 13 eliminazioni al primo turno, raggiungere – proprio a New York,  dove giovedì ha deciso di appendere la racchetta al chiodo – a quasi 33 anni per la prima volta il secondo turno anni e tre anni dopo ottenere il suo miglior risultato Slam, gli ottavi di finale.

Cosa c’è da aggiungere? Solo ancora alcune delle parole di Matteo Viola: “Grande Paolino esempio vero.

 

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